|
|
Arcipelago AreaC - Executive summary
E' più o meno dall'ultima parte della prima giunta Albertini che l'inquinamento a Milano viene presentato dai mass
media come un grave problema. Associazioni ambientaliste, gruppi vari di cittadini, ma anche soggetti provenienti
dal mondo accademico hanno usato toni fortemente allarmistici, fomentando un vero e proprio "terrorismo" sociale cercando
di creare una vera e propria emergenza.
In questo pamphlet proponiamo un'analisi generale del problema inquinamento a Milano in cui la precedenza è attribuita ai dati
ufficialmente riconosciuti e rilevati secondo metodologie ormai consolidate, in particolare quelli di
di ARPA Lombardia. Troppe volte sui mass media i dati oggettivi vengono messi sullo stesso piano delle
impressioni soggettive dei singoli cittadini. Ciò ha portato ad attribuire al problema inquinamento dimensioni e caratteristiche
che non corrispondono al vero.
Nella valutazione dell'efficacia delle misure proposte e messe in atto, l'approccio utilizzato in questo pamphlet è stato il
più possibile quantitativo, e si è cercato di individuare tutti i fattori coinvolti nei limiti delle fonti a noi
disponibili.
Gli autori credono nel Metodo scientifico e nel fatto che si possano trarre conclusioni solo quando i
numeri lo consentono. Tali conclusioni devono essere verificabili e riproducibili, ovvero altre persone devono ottenere gli
stessi risultati partendo dagli stessi dati sperimentali, ottenere dati sperimentali uguali (o, per lo meno, molto vicini)
utilizzando le stesse metodologie di misura.
Quando si parla di inquinamento dell'aria a Milano si fa riferimento alle normative europee che stabiliscono i metodi di misura e
i limiti per le seguenti sostanze:
- benzene
- biossido di azoto
- biossido di zolfo
- monossido di carbonio
- ozono
- polveri sottili
Delle polveri viene monitorato in particolare il PM10, ovvero le polveri (in sospensione nell'aria) con diametro inferiore a 10µm
(10 milionesimi di metro).
Le concentrazioni nell'aria di quelle sostanze vengono misurate dall'ARPA Lombardia da almeno una dozzina d'anni (e comunque sono
disponibili dati validati a partire dagli anni '70). I grafici corrispondenti, disponibili pubblicamente sul sito dell'ARPA,
testimoniano che tutte le concentrazioni sono andate riducendosi con gli anni e quasi tutte sono ormai costantemente sotto il
livello massimo ammesso per legge.
Uniche eccezioni: l'ozono, che rispetto alle prime misurazioni storiche è un po' aumentato (ma è comunque sempre ampiamente
sotto il livello massimo consentito dalla legge), e le polveri sottili (in particolare PM10), che solamente in inverno superano le
soglie.
Vi è poi anche il biossido di azoto. Dal punto di vista della media annuale, esso è leggermente sopra il limite previsto (ad
esempio, 50 µg/mc - 60 µg/mc contro 40 µg/mc nel 2011, a seconda della centralina, in Pascal, Senato e Zavattari, e 30 - 70 µg/mc
nel 2012 nelle stesse centraline). Dal punto di vista della soglia oraria (valore medio su una singola ora), la soglia di legge
(200 µg/mc), non viene però quasi mai superata. L'inquinamento da biossido di azoto non può perciò essere considerato
particolarmente acuto.
Si può perciò dire, quando si parla di inquinamento a Milano, che ci si deve riferire sostanzialmente solo alle polveri
sottili (PM10).
I mass media suggeriscono all'unisono che esse sono quasi solamente dovute ai processi di combustione all'interno dei motori dei
vari veicoli.
Invece, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non esistono evidenze a favore di tale affermazione.
In generale le polveri fini sono dovute a molti processi: oltre a processi di combustione nei motori a scoppio Diesel (e solo quelli,
beninteso, perché i i motori a benzina non producono polveri sottili) e caldaie a gasolio o a carbone
(quasi per nulla le caldaie a metano), esse sono generate anche da impianti industriali, da processi di erosione di parti
meccaniche (gomme e freni), da cantieri e lavori stradali, da agricoltura e movimentazione terra, da aerosol marino. Polveri
possono venire portate dal vento anche da molto lontano. Anche le piante, in particolare gli alberi, possono produrre polveri
sottili, attraverso processi di vario tipo. E, last but not least, la combustione di legna in forni e caminetti è una fonte
nient'affatto trascurabile (se non la maggiore).
Il quadro è complicato dal fatto che le polveri sottili possono essere primarie, ovvero prodotte direttamenteda vari
processi, o secondarie, ovvero possono generarsi in seguito a fenomeni di aggregazione successiva fra sostanze già da tempo
presenti nell'ambiente, spesso sotto l'azione dei raggi solari.
Inoltre, a seconda del processo che le origina, la composizione, le caratteristiche e le eventuali pericolosità delle polveri
fini possono variare molto da caso a caso.
In effetti, se si prende la briga di studiare la letteratura scientifica, si scopre che nelle città solo una parte minima delle
polveri fini (10-15%) può essere attribuita, come origine, al traffico veicolare privato. Una parte maggiore dipende dal traffico
commerciale pesante (Diesel, spesso con motori relativamente vecchi), e una, ancora maggiore, dal riscaldamento se questo
utilizza gasolio o carbone. Gli studi più recenti attribuiscono inoltre un'importanza non trascurabile anche ai forni a legna
delle pizzerie e dei camini e stufe private.
Il seguente quadro ben si adatta alle evidenze sperimentali (i cui riferimenti completi sono presenti in questa pubblicazione):
- Innanzi tutto, da sempre, l'andamento delle concentrazioni del PM10 è soggetto a forte stagionalità, con periodi di
massimo invernali e di minimo nei periodi in cui i riscaldamenti sono spenti.
- Tutte le volte che si sono applicati blocchi del traffico, anche su due giorni feriali consecutivi, non è stato possibile
registrare alcuna riduzione statisticamente significativa del PM10.
- Il PM10 evidenzia concentrazioni invernali molto alte anche in zone, come la Valtellina, dove il traffico è ridotto
rispetto a Milano, ma dove le esigenze di riscaldamento sono anche più acute che nella metropoli lombarda.
- Una delle zone con la maggior concentrazione in Italia di PM10 è quella di Massa e Carrara, senza che lì vi sia più traffico
che a Milano. In quel caso le polveri fini sono dovute principalmente ai processi di lavorazione del marmo.
- Una delle zone con la maggior concentrazione in Italia di PM10 è quella di Massa e Carrara, senza che lì vi sia più traffico
che a Milano. In quel caso le polveri fini sono dovute principalmente ai processi di lavorazione del marmo.
Sulla base di quanto detto, ben si comprende come mai le misure prese, quasi sempre incentrate solo sul traffico a motore privato, si
siano dimostrate del tutto inutili. Se la cosa è accertata in maniera netta e chiara per i blocchi totali, anche quelli su scala più
ampia del solo capoluogo lombardo, a maggior ragione questo vale per misure più blande, come targhe alterne, limitazione alla
circolazione di specifiche categorie di veicoli, riduzioni dei limiti di velocità etc… In realtà tutte le volte che in concomitanza
di tali misure si sono verificati diminuzioni delle concentrazioni di PM10, ciò è stato dovuto al subentrare di fenomeni atmosferici
favorevoli, ovvero pioggia e vento. In particolare la ventosità risulta avere una grande influenza sulle concentrazioni di PM10,
con queste ultime inversamente proporzionali alla prima. La cosa è resa molto evidente dai dati e dai grafici presenti nel corpus
di questo lavoro: la concentrazione di PM10 appare inversamente correlata alla velocità media del vento in un dato giorno e nel
giorno precedente.
Per quanto riguarda l'ipotesi di riduzione dei limiti di velocità in città da 50 a 30 km orari: tale misura origina dall'errata
convinzione che il consumo di carburante e quindi le emissioni sia direttamente proporzionale alla velocità del mezzo. Ciò non è
invece assolutamente vero nel caso dei motori a combustione termica, essendo per essi il minimo consumo (o la maggior efficienza
che dir si voglia) collocato in corrispondenza di una velocità specifica, scelta in fase di progettazione intorno agli 80-100 km
orari, ben superiore perciò al limite di velocità attualmente in vigore in città.
Anche l'aspetto "legal-costituzionale" merita una disamina. Ci riferiamo al fatto che le amministrazioni locali si arrogano il
diritto di impedire parzialmente o totalmente la circolazione di veicoli perfettamente in regola e omologati secondo la legislazione
nazionale, sulla base di considerazioni ambientali prive di alcun sostegno sperimentale. Proprio in questi giorni (settembre 2012)
si parla di nuovo di vietare la circolazione in Lombardia dei Diesel Euro 3. E' lecito chiedersi se ciò non sia da collegarsi al
fatto che proprio di recente stanno venendo al pettine i problemi di un'industria automobilistica in forte affanno, alla quale
farebbe certo comodo se varie decine di migliaia di persone si trovassero obbligate a sostituire la propria vettura Diesel
Euro 3 con una più recente.
Un discorso a parte lo merita AreaC, la misura introdotta a Milano a inizio anno (2012) dalla giunta Pisapia, e che obbliga
chiunque (inclusi i residenti!) voglia entrare in centro con l'auto a pagare una quota fissa. Benché fin dall'inizio vari esponenti
della giunta avessero detto esplicitamente che l'AreaC non veniva introdotta per ridurre l'inquinamento, ancora adesso vi sono
persone e giornalisti che credono che essa abbia anche una valenza ambientale. Per la verità, anche dalla giunta, è recentemente
arrivata la pretesa di avere migliorato l'aria, se non a livello di PM10, almeno a livello di [[areac#black_carbon|"black carbon"]],
una sua componente (non misurata da ARPA Lombardia né normata dalla comunità europea) presentata come particolarmente pericolosa.
Ma dati ufficiali, ottenuti tramite metodologie riconosciute, non sono mai stati presentati. Sono stati prodotti studi
"indipendenti" a cura di AMAT (Agenzia Mobilità Ambiente Territorio)... agenzia al 100% di proprietà
del Comune di Milano! Ad ora, come viene illustrato in maniera approfondita in questo pamphlet, non esiste alcuna evidenza
sperimentale a favore di un'influenza positiva dell'AreaC sulla qualità dell'aria, né nella zona da essa interessata, né tanto
meno di Milano in generale.
Volendo proprio affrontare il problema dell'inquinamento a Milano, bisognerebbe partire da tre semplici dati di fatto:
- Contrariamente a ciò che tanti vogliono fare credere (per interessi propri di vario genere), l'inquinamento a Milano non
è più un problema drammatico da affrontare con misure emergenziali. La situazione è stata decisamente peggiore in passato
(in alcuni casi persino di uno o due ordini di grandezza!) e oggi solo un inquinante è al di sopra dei limiti di legge, e solo
in inverno.
- L'inquinamento è un problema stagionale, che si presenta praticamente solo in inverno, quando sono accesi gli impianti
di riscaldamento, molti ancora a gasolio. E' quindi su quel fattore che bisognerebbe agire.
- Il traffico veicolare è una fonte secondaria (se non terziaria o più) di inquinamento e bisogna perciò separare i due
problemi: traffico e inquinamento sono due cose diverse, metterli insieme può solo impedire di trovare le soluzioni reali.
La chiave per ridurre l'inquinamento da polveri sottili a Milano passa dunque dai riscaldamenti, in particolare dalla sostituzione
dei rimanenti sistemi a gasolio (e carbone) con sistemi a metano o comunque a basso impatto ambientale. Questo, già da solo
dovrebbe risolvere in gran parte il "problema" (le virgolette sono d'obbligo, cfr. Stato dell'Aria).
In realtà, se l'Italia rispettasse veramente le normative europee in termini di MISURAZIONE e, come viene richiesto da tali
normative, scorporasse il Fondo naturale) dalle misure, si scoprirebbe che anche gli inquinanti
oggi ritenuti "sopra soglia" rientrerebbero tranquillamente nei limiti.
Arcipelago AreaC - ©2013 Engelmann&Trentini
|